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Cultura dell’errore in azienda: sbagliare è davvero umano?

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Cultura dell'errore

Molte organizzazioni dichiarano di considerare l’errore una fonte di apprendimento. Poi, quando qualcosa va storto, cercano subito un responsabile, penalizzano chi porta cattive notizie o archiviano l’accaduto senza modificare il lavoro.

Le persone imparano rapidamente quale delle due culture è quella reale.

Una cultura dell’errore in azienda esiste quando gli errori possono emergere presto, vengono valutati in base al contesto e, soprattutto, producono cambiamenti osservabili. Questo lavoro richiede sicurezza psicologica e responsabilità coerenti, che devono necessariamente essere condivise da tutto il team.

Il punto, quindi, non è rendere ogni errore accettabile, ma costruire un sistema capace di distinguere ciò che va prevenuto, ciò che nasce dalla complessità e ciò che genera conoscenza utile.

Cosa significa davvero cultura dell’errore in azienda

La cultura dell’errore è l’insieme delle aspettative, delle reazioni manageriali e dei processi attraverso cui un’organizzazione rileva, interpreta e gestisce gli esiti indesiderati.

La sua qualità emerge da domande molto pratiche. Quanto costa ammettere un errore? Cosa accade a chi lo segnala? L’analisi cerca una causa o un colpevole? Le conclusioni modificano decisioni, processi o competenze?

La sicurezza psicologica rappresenta una condizione necessaria. Nel suo studio fondativo su 51 team, Amy Edmondson la definisce come la convinzione condivisa che il gruppo sia sicuro per l’assunzione di rischi interpersonali. La ricerca rileva un’associazione tra sicurezza psicologica, comportamenti di apprendimento e performance.

Una successiva meta-analisi pubblicata su Personnel Psychology ha sintetizzato 136 campioni, oltre 22.000 persone e quasi 5.000 gruppi. I risultati confermano relazioni con performance, condivisione delle informazioni e comportamenti di cittadinanza organizzativa.

Sentirsi liberi di parlare, però, non basta. Un team può avere relazioni distese e continuare a ripetere gli stessi problemi. La sicurezza psicologica crea accesso alle informazioni scomode; l’apprendimento dipende da ciò che l’organizzazione fa con quelle informazioni.

Più errori segnalati = organizzazione più sana

Valutare la cultura attraverso il numero assoluto di errori genera un paradosso: i team più trasparenti possono apparire meno affidabili perché rendono visibili problemi che altrove restano nascosti.

Le prime ricerche di Edmondson nei reparti ospedalieri mostrarono proprio questo effetto. Le unità percepite come meglio gestite riportavano più errori, perché le persone erano maggiormente disponibili a discuterli.

Il fenomeno è descritto come “problema della visibilità” in un working paper della Harvard Business School: il tasso documentato dipende sia dagli errori commessi sia dalla propensione a segnalarli.

Per l’HR, la conseguenza è rilevante. Un aumento iniziale delle segnalazioni, dopo l’introduzione di nuovi canali o rituali di confronto, può rappresentare un progresso. Interpretarlo come peggioramento rischia di ripristinare il silenzio precedente.

Anche la relazione con la performance richiede cautela. Uno studio su 65 organizzazioni olandesi, replicato su 47 imprese tedesche, ha trovato associazioni positive tra cultura di gestione dell’errore e risultati organizzativi.

Lo studio include indicatori economici, ma non autorizza conclusioni causali definitive. Offre comunque un’indicazione utile: comunicare, analizzare e correggere rapidamente gli errori conta più del tentativo di renderli invisibili.

Cultura dell'errore in azienda

Errori evitabili, complessi e intelligenti richiedono risposte diverse

Trattare tutti gli errori allo stesso modo produce due effetti opposti e ugualmente problematici. Una risposta sempre punitiva alimenta occultamento e difesa. Una tolleranza indiscriminata indebolisce standard e responsabilità.

La classificazione proposta da Edmondson distingue tre categorie: errori evitabili in attività note, errori complessi generati da più fattori ed errori intelligenti legati alla sperimentazione. Ogni categoria richiede una risposta diversa.

Tipo di erroreSegnale distintivoRisposta organizzativa
EvitabileIl processo era noto, applicabile e già validatoCorreggere competenze, procedura, carico o controllo
ComplessoPiù condizioni hanno interagito in modo difficile da prevedereRicostruire il sistema e rafforzarne la resilienza
IntelligenteIl risultato nasce da un test ragionato in un territorio nuovoEstrarre e condividere rapidamente la conoscenza
Comportamento negligente o reiteratoIl rischio era noto e la condotta prosegue senza correzioneAttivare coaching, gestione della performance o conseguenze coerenti

La dimensione del danno non identifica automaticamente la qualità della condotta. Un errore involontario può avere conseguenze gravi. Una scelta imprudente può, per fortuna, non produrne alcuna.

Per ridurre l’outcome bias, l’organizzazione dovrebbe valutare la qualità della decisione con le informazioni disponibili prima dell’esito. Vanno considerati chiarezza delle regole, possibilità concreta di rispettarle, carico, incentivi, formazione e consapevolezza del rischio.

Il modello di Just Culture adottato dall’Agency for Healthcare Research and Quality distingue errore umano, comportamento a rischio e condotta deliberatamente sconsiderata. Pur nascendo in ambito sanitario, offre un principio trasferibile: sistemi e persone hanno responsabilità differenti, da valutare separatamente.

Quando un errore può essere definito “intelligente”

L’espressione intelligent failure viene spesso usata per legittimare qualsiasi tentativo non riuscito. Questa interpretazione svuota il concetto e apre la strada alla deresponsabilizzazione.

Secondo i quattro criteri illustrati da Edmondson, un errore intelligente avviene in un territorio realmente nuovo, persegue un obiettivo rilevante, parte da un’ipotesi informata e rimane della dimensione minima necessaria per ottenere conoscenza.

Un progetto fallito dopo mesi, senza ipotesi esplicite o soglie di arresto, difficilmente soddisfa questi criteri. È più corretto parlare di sperimentazione mal progettata.

Prima di autorizzare un test, HR e responsabili di progetto possono chiedere di esplicitare:

  • quale incertezza deve essere ridotta;
  • quali evidenze sostengono l’ipotesi;
  • quale costo massimo è accettabile;
  • quali segnali determineranno prosecuzione o interruzione;
  • dove sarà documentato ciò che si apprende.

Queste condizioni proteggono sia l’innovazione sia l’accountability. La libertà di sperimentare diventa più credibile quando confini, risorse e criteri di decisione sono definiti in anticipo.

Perché gli errori restano nascosti

Le persone possono tacere per timore di conseguenze reputazionali o professionali. Esiste anche una seconda ragione, meno discussa: la convinzione che segnalare sia inutile.

Un esperimento pubblicato come discussion paper nel 2024 ha manipolato due condizioni: anonimato della segnalazione e probabilità di una risposta organizzativa.

Ridurre insieme paura e senso di inutilità ha aumentato le segnalazioni di circa 20 punti percentuali. Essendo un esperimento, il dato non costituisce un benchmark direttamente applicabile a ogni azienda. Evidenzia però la complementarità tra protezione e capacità di risposta.

Un canale anonimo senza riscontri può diventare un archivio di frustrazioni. Un processo rapido, privo di tutela per chi segnala, continuerà a ricevere soltanto informazioni innocue.

Per questo, ogni sistema di segnalazione dovrebbe avere un tempo di presa in carico, criteri di escalation, un responsabile e una modalità di restituzione. Anche quando una proposta non viene accolta, è utile spiegare la decisione.

Le micro-reazioni dei manager definiscono la cultura reale

La cultura dell’errore si forma nei primi secondi successivi a una cattiva notizia. Un’espressione di irritazione, una battuta sarcastica o la domanda “chi è stato?” possono pesare più di una campagna interna sulla sicurezza psicologica.

Una ricerca condotta in 23 unità di terapia intensiva neonatale ha rilevato che l’inclusività del leader era associata alla sicurezza psicologica e al coinvolgimento nei progetti di miglioramento. L’effetto risultava particolarmente importante in presenza di differenze di status professionale.

I manager possono adottare una sequenza di risposta comune:

  1. ringraziare per la tempestività della segnalazione;
  2. verificare se occorre contenere subito il danno;
  3. separare fatti, ipotesi e interpretazioni;
  4. rinviare l’attribuzione delle responsabilità alla fase di analisi;
  5. comunicare quando e come verrà restituito l’esito.

Questo protocollo evita che la reazione emotiva diventi una sentenza. Mantiene, allo stesso tempo, la possibilità di intervenire in seguito su negligenza, competenze insufficienti o condotte reiterate.

Gestire gli errori in azienda

Trasformare un errore individuale in apprendimento organizzativo

Un errore genera apprendimento organizzativo quando cambia qualcosa al di fuori della memoria della persona coinvolta. Può modificare una regola decisionale, una procedura, un’interfaccia, un controllo, un caso formativo o il perimetro di autonomia.

I post-mortem falliscono quando si limitano a ricostruire il passato. Una revisione utile dovrebbe produrre almeno quattro elementi: causa o insieme di condizioni, segnale intercettabile, modifica concordata e responsabile della verifica.

Conviene inoltre distinguere la chiusura dell’incidente dalla chiusura dell’apprendimento. Il primo termina quando l’impatto è contenuto, mentre il secondo richiede che l’azione correttiva sia applicata, verificata e condivisa con le unità esposte allo stesso rischio.

Anche la formazione può incorporare l’errore in modo più rigoroso. Una meta-analisi su 24 studi e 2.183 partecipanti ha rilevato un effetto medio positivo dell’error management training rispetto a metodi alternativi, soprattutto nel trasferimento a problemi nuovi.

Quasi tutti gli studi riguardavano attività informatiche e contesti sperimentali. L’indicazione per l’L&D va quindi applicata con prudenza: simulazioni, casi incompleti e debrief strutturati possono allenare l’adattamento meglio di percorsi centrati soltanto sull’esecuzione corretta.

Come può intervenire concretamente l’HR

Il primo compito dell’HR consiste nel definire una grammatica condivisa. Le categorie di errore, i criteri di analisi e le conseguenze devono essere comprensibili prima che si verifichi un incidente.

Il secondo riguarda il performance management. Penalizzare il numero di problemi segnalati incentiva la sottorappresentazione. È più utile osservare tempestività della comunicazione, qualità del recupero, applicazione delle lezioni e reiterazione dopo un intervento.

Il terzo ambito è lo sviluppo manageriale. Corsi generici sulla comunicazione incidono poco se non allenano situazioni ad alta pressione. Simulazioni, osservazione dei comportamenti e feedback a 360° possono mostrare come un manager reagisce a dissenso, cattive notizie e assunzione di responsabilità.

Infine, l’HR deve collegare clima, comportamenti e dati operativi. Un’indagine di clima può rilevare la percezione di sicurezza; assessment e feedback aiutano a osservare competenze quali autoconsapevolezza, gestione delle emozioni, apertura al confronto e capacità decisionale.

Il dato ha una funzione diagnostica. Serve a individuare differenze tra team e livelli gerarchici, evitando di trasformare la cultura dell’errore in un’etichetta uniforme attribuita all’intera azienda.

Come capire se la cultura dell’errore funziona davvero

La misurazione dovrebbe integrare percezioni e comportamenti. Ai questionari sulla sicurezza psicologica vanno affiancati indicatori come tempo medio di segnalazione, velocità di contenimento, azioni correttive completate, ricorrenza e diffusione delle lezioni tra team.

Occorre leggere questi dati come un sistema. Più segnalazioni e meno reiterazioni possono indicare maggiore trasparenza. Poche segnalazioni, tempi lunghi e problemi scoperti tardivamente suggeriscono invece una cultura del silenzio.

Il test più significativo riguarda il ciclo completo: l’organizzazione fa emergere la verità abbastanza presto, distingue con equità i diversi errori e converte l’esperienza in una modifica verificabile?

Una cultura dell’errore matura tiene insieme queste tre capacità: trasparenza, discernimento e trasformazione. Se ne manca una, l’organizzazione rischia rispettivamente il silenzio, la deresponsabilizzazione o la ripetizione.

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