Nel 2025 le imprese italiane hanno giudicato difficile da reperire il 47% dei profili ricercati. Il dato del Sistema Informativo Excelsior descrive una tensione reale, ma riguarda le entrate programmate e la difficoltà di assunzione. Da solo, non dimostra che quelle competenze siano assenti dal mercato o dall’organizzazione.
Nello stesso mercato convivono segnali opposti. Nel 2024 soltanto il 41,6% dei giovani occupati italiani tra 15 e 34 anni, con istruzione media o alta, dichiarava un’elevata corrispondenza tra campo di studi e lavoro. Nel 2023, inoltre, il 64,1% dei cittadini extra-UE laureati occupati in Italia risultava sovraqualificato rispetto alla posizione ricoperta.
I perimetri delle statistiche sono diversi e non vanno sommati. Letti insieme, però, suggeriscono una domanda più utile per la funzione HR: quanta parte dello skill mismatch nasce da una scarsità effettiva e quanta dai criteri con cui le aziende cercano, riconoscono e impiegano le competenze?
Skill mismatch vs difficoltà di assumere
La precisione terminologica cambia la diagnosi. Lo skill shortage indica che, nel mercato rilevante, l’offerta di persone con determinate competenze non copre la domanda. Lo skill gap riguarda la distanza tra le capacità disponibili e quelle necessarie per svolgere un lavoro presente o futuro.
Lo skill mismatch è il concetto più ampio: descrive un disallineamento tra competenze possedute e richieste. Può manifestarsi per difetto, per eccesso o per tipologia. La skill underutilization è il caso in cui una competenza esiste, ma il lavoro non offre occasioni sufficienti per applicarla.
Confondere questi fenomeni porta a interventi standardizzati. Se il problema è uno shortage, servono bacini alternativi, tempi di sviluppo realistici o una diversa strategia di approvvigionamento. Se è un gap interno, può essere utile sviluppare capacità specifiche. Se prevale il sottoutilizzo, altra formazione rischia di aumentare il capitale umano inattivo.
L’indagine OCSE sui gap nelle imprese aiuta a vedere il problema. Il 37% delle aziende italiane con almeno dieci addetti dichiarava skill gap; la rilevazione fu svolta nel 2021-2022 con anno di riferimento 2020.
Il dato non fotografa il 2026, ma offre un’indicazione metodologica ancora attuale: le imprese più grandi rilevano più gap anche perché adottano sistemi di assessment più strutturati. Una bassa incidenza dichiarata può quindi segnalare scarsa visibilità, oltre che buona corrispondenza.
Tre modi in cui l’organizzazione può produrre mismatch
Cercare segnali indiretti al posto delle competenze
Titolo di studio, anni nello stesso ruolo e settore di provenienza riducono il costo dello screening. Sono segnali comodi, con una capacità limitata di descrivere ciò che una persona sa fare oggi o potrebbe apprendere in tempi sostenibili.
Il rischio cresce quando la job description accumula requisiti ereditati. Una competenza diventa “obbligatoria” perché era presente nel profilo precedente, mentre nessuno verifica il legame con i risultati attesi. Il bacino appare scarso dopo che l’azienda lo ha ristretto con indicatori poco pertinenti.
Togliere il requisito formale, tuttavia, non basta. L’OCSE riporta che, nelle aziende che avevano eliminato la laurea dagli annunci, la quota di assunti senza titolo universitario era cresciuta di appena due punti percentuali. La formulazione dell’annuncio era cambiata; screening, valutazione e preferenze dei decisori molto meno.
Un approccio skills-based diventa sostanziale quando sostituisce il segnale rimosso con evidenze migliori: prove di lavoro coerenti con il ruolo, assessment pertinenti, comportamenti osservabili ed esperienze trasferibili. In assenza di questo passaggio, “skills-first” resta un’etichetta applicata a un processo ancora credential-first.
Conoscere le competenze senza renderle mobilitabili
Un inventario può dire che una persona possiede una capacità. Per ridurre il mismatch serve sapere a quale livello, con quali prove, quanto è recente e in quali contesti può essere trasferita. Sono informazioni più costose da raccogliere, ma anche più vicine alle decisioni.
Immaginiamo un’azienda che cerchi all’esterno un project manager per un programma digitale. Nel customer care lavora una persona che ha coordinato un cambiamento di processo, gestito stakeholder e letto indicatori operativi.
Il job title non la rende visibile; una tassonomia troppo rigida classifica quelle evidenze come esperienza di funzione, anziché come competenze trasferibili.
Qui il mismatch è informativo. La persona esiste, le capacità sono state applicate e il fabbisogno è reale. Manca un linguaggio condiviso che colleghi evidenze, prossimità tra skill e requisiti del nuovo lavoro.
Possedere competenze senza poterle usare
Il rapporto OCSE 2026 sull’uso delle competenze nel lavoro mostra che una forza lavoro più competente non utilizza automaticamente le proprie capacità con maggiore frequenza.
L’organizzazione del lavoro conta: autonomia, distribuzione dei compiti, accesso ai progetti, qualità manageriale e possibilità di sperimentare determinano se una competenza diventa performance. Una skill map aggiornata può convivere con assegnazioni basate su anzianità, appartenenza funzionale o disponibilità immediata.
Il costo resta spesso fuori dai cruscotti HR. Compare come rallentamento dei progetti, minore mobilità, disingaggio delle persone o turnover che sembra inatteso. La stessa azienda può quindi acquistare formazione, cercare talenti all’esterno e perdere competenze inutilizzate al proprio interno.
L’AI accelera anche l’obsolescenza dei criteri di valutazione
Nel Future of Jobs Report 2025, basato sulle risposte raccolte nel 2024 da oltre mille grandi datori di lavoro in 55 economie, il 63% dei rispondenti indica i gap di competenze come principale ostacolo alla trasformazione aziendale. Sono aspettative dei datori di lavoro, non misure dirette delle capacità disponibili.
Questa distinzione è rilevante per l’intelligenza artificiale. La domanda di skill può cambiare prima che job architecture, assessment e percorsi di carriera vengano aggiornati. L’azienda finisce per misurare le persone con il modello del lavoro precedente e per dichiarare un gap rispetto a un ruolo futuro ancora poco definito.
Si pensi, in via ipotetica, a un team di assistenza clienti che introduce l’AI generativa. Il fabbisogno viene tradotto subito in “capacità di prompting”. Dopo pochi mesi emerge che i colli di bottiglia riguardano la valutazione dell’output, la gestione delle eccezioni, la comprensione del cliente e la responsabilità decisionale.
Il primo gap era in parte un errore di specificazione. La tecnologia aveva modificato la composizione dei compiti; il modello di competenze aveva isolato l’abilità più visibile. Aggiornare elenchi di skill con maggiore frequenza non risolve il problema, se manca un’analisi del lavoro reale.
Una diagnosi HR in quattro verifiche
Prima di scegliere tra recruiting, formazione e mobilità, conviene localizzare il disallineamento. Quattro verifiche aiutano a separare carenza, invisibilità e mancato utilizzo.
1. Verificare come nasce la domanda
Per ogni ruolo critico, occorre risalire dal requisito al compito e dal compito al risultato. La domanda utile è: quale evidenza osservabile dimostra che questa skill serve davvero, con quel livello di padronanza, nei prossimi dodici mesi?
È il controllo più indicato quando le ricerche restano aperte a lungo o i manager aggiungono requisiti durante la selezione. Può rivelare job description sovraspecificate, capacità desiderabili presentate come indispensabili e bisogni temporanei trasformati in profili permanenti.
2. Confrontare prospettive ed evidenze
L’OCSE rileva una divergenza interessante. In Italia i datori di lavoro indicavano soprattutto gap tecnici, di lavoro in team e problem solving; i lavoratori si percepivano carenti anzitutto in organizzazione e project management, software e lingue straniere.
Le due fonti misurano prospettive differenti, proprio per questo vanno integrate.
Una diagnosi robusta combina autovalutazione, valutazione manageriale e prove di applicazione: progetti, output, simulazioni, feedback o indicatori di performance pertinenti.
Le divergenze non sono rumore da eliminare. Segnalano definizioni ambigue, aspettative non condivise o capacità che il ruolo non permette di mostrare.
3. Misurare l’uso, oltre alla disponibilità
Per le competenze critiche, la copertura risponde soltanto a “chi potrebbe farlo?”. Serve aggiungere “chi lo sta facendo, con quale frequenza e in attività di quale valore?”.
Questa verifica è particolarmente utile quando l’azienda investe in formazione mentre continua ad assumere gli stessi profili all’esterno.
Tra gli indicatori possibili figurano la quota di skill validate e mai applicate negli ultimi dodici mesi, le posizioni coperte internamente, le candidature interne respinte per requisiti formali e il tempo tra acquisizione e prima applicazione di una capacità.
Nessuna metrica basta da sola, ma insieme descrivono l’attrito del mercato interno.
4. Testare il processo, non soltanto le persone
Nel rapporto OCSE sulle imprese, nove aziende su dieci tra quelle che rilevavano gap ricorrevano alla formazione. Il 49% usava il recruiting e il 39% modificava le pratiche di lavoro.
La risposta meno frequente merita attenzione: alcuni gap dipendono da come il lavoro è progettato e coordinato.
Quando una competenza risulta carente, l’HR può condurre un piccolo audit decisionale: chi l’ha definita, quali fonti l’hanno misurata, dove dovrebbe essere applicata, quale processo ne impedisce l’uso e quale decisione cambierebbe con un dato migliore.
È un modo per evitare che l’assessment confermi semplicemente le ipotesi iniziali.
In questa prospettiva, mappatura e valutazione delle competenze diventano un’infrastruttura decisionale. Il loro valore emerge quando collegano persone, ruoli, progetti e sviluppo attraverso evidenze comparabili, aggiornate e comprensibili anche ai manager.
Dalla conta delle skill alla qualità dell’allocazione
Lo skill mismatch continuerà ad avere cause esterne: demografia, trasformazioni tecnologiche, sistemi formativi, geografia e condizioni del lavoro incidono sulla disponibilità dei profili.
Attribuire ogni difficoltà a una carenza del mercato, però, sottrae all’organizzazione la parte di problema su cui può intervenire.
La domanda più produttiva viene prima del piano di assunzione o del catalogo formativo: in quale punto perdiamo corrispondenza tra ciò che il lavoro richiede, ciò che le persone sanno fare e ciò che hanno davvero occasione di fare?
Per un HR leader, la maturità skills-based si misura qui. Nella capacità di distinguere un talento assente da uno filtrato, una competenza da sviluppare da una già disponibile, un gap individuale da un vincolo organizzativo.
A volte il mismatch segnala ciò che manca. Altre volte rivela ciò che l’azienda non ha ancora imparato a vedere.



